Il mondo nichilista del Covid = angoscia, incertezza, inadeguatezza

L’uomo postmoderno si è emancipato, congedato e liberato dai vecchi ordini e dalle vecchie metafisiche, ma, allo stesso tempo, ha anche iniziato a impegnarsi in un tentativo disincantato di ricerca e costruzione di nuove, parziali e locali verità. Ogni tentativo umano di orientamento attraverso la costruzione di norme d’azione è sempre e comunque “disincanto” perché l’essere umano sa che non potrà mai più auspicare alla messa a punto di metafisiche universali in un mondo in cui Dio è morto. L’uomo postmoderno è più libero, ma certamente anche più solo nella ricerca di un senso di sé, del mondo, dell’altro che non sarà mai assolutamente dato. Nel mondo moderno non c’è più un “vero ultimo”. Pertanto un disincanto come nichilismo, relativismo, le cui conseguenze sono “incertezza, angoscia e inadeguatezza” o meglio, incapacità di movimento in un mondo “liquido” dove tutto sorge per poi dissolversi nell’atto del suo stesso apparire.

Il concetto di “angoscia” si confonde facilmente con quello di “paura” e i loro contorni non sempre sono bene identificabili. Entrambi hanno alla base la sensazione e la certezza di non essere in grado di opporre una resistenza, idonea, alla difesa da ciò che appare come una minaccia. Si tratta di una sensazione vissuta come attentato alla propria entità che insorge in seguito alla perdita di cose e beni ai quali siamo attaccati in modo possessivo, e determinanti la nostra condotta di vita. L’angoscia morale è proprio quella in cui la persona è sofferente perché teme il suo degrado morale o addirittura la totale perdizione attraverso la morte di quelle tante certezze, prima metafisiche della tradizione, e poi razionali dell’età moderna. L’angoscia è il sentimento della “possibilità”. La possibilità non è mai assoluta, ma sempre relativa. Di conseguenza, neppure esiste un’impossibilità assoluta. Quindi “nulla è certo”, e stando così le cose sarà “l’incertezza” a dominare l’essenza dell’io contemporaneo: Il nome del terrore era l’incertezza, l’incapacità cioè di comprendere ciò che accadeva e il non sapere come continuare. La paura dell’ignoto si era diffusa liberamente non appena le strette maglie della rete di protezione fornita dalla comunità erano state strappate¹.  Certezza e trasparenza erano presentate come il “progetto” della modernità. Le istituzioni della modernità erano fabbriche dell’ordine e della certezza. Si trattasse di scuole, ospedali, eserciti, il loro ruolo era definire l’idoneità sociale degli individui e, in caso di inidoneità, doveva provvedere a isolare tali individui in apposite istituzioni totalitarie (manicomi, prigioni, ecc).

Nel tempo della postmodernità non esistono più istituzioni simili o, perlomeno, quelle esistenti sono attraversate da mortali metastasi. Tra le conseguenze del venir meno delle figure del sovraintendente, del capo, dell’insegnante (classiche figure dell’ordine moderno), la più importante riguarda il fatto che con loro sparisce anche la loro capacità di liberare dal peso della responsabilità. Se spariscono le fabbriche ed i sacerdoti dell’ordine ognuno è responsabile di se stesso, delle sue azioni. Ogni individuo diventa “controllore di se stesso”. Tutti diventano “liberi prigionieri”. Quindi lo spettro dell’incertezza era stato esorcizzato attraverso una rigida regolamentazione. La certezza era restaurata dal di fuori, da forze esterne all’individuo. In questo senso, il rimedio moderno per l’incertezza si riassume in una limitazione del dominio della scelta in ambito pratico, pragmatico. Ma quando gli uomini, furono liberati dalle pressioni moderne che spingevano all’uniformità, la paura dell’incertezza prese piede.

La paura, ora destinata a sussistere, diventava ancora più profonda e spaventosa di prima -precedentemente una paura dovuta alla “morte di Dio”- poiché doveva essere affrontata apertamente. La condizione dell’identità individuale appare insopportabile, dal momento che i meccanismi di “ristrutturazione” perdono la loro forza normativa o semplicemente non ci sono più. Così la paura dell’incertezza o angoscia esistenziale direi, non più mitigata, si mostra alle sue vittime in tutta la sua durezza. La sua forte pressione ricade sugli individui senza alcuna mediazione e deve essere respinta o neutralizzata solo dall’azione del singolo. L’incertezza deve ora essere vinta con i propri mezzi; l’insufficienza di spiegazioni e di rimedi esterni deve essere compensata da quelli costruiti in propri. Ma a questo punto, l’impossibilità di portare a termine il processo di autoformazione, genera la paura dell’inadeguatezza, un nuovo timore angosciante. Inadeguatezza che significa: incapacità di acquisire la forma e l’immagine desiderate, difficoltà di rimanere sempre in movimento. Difficoltà a mantenersi sempre flessibili e pronti ad assumere modelli di comportamento differenti, ossia di essere allo stesso tempo argilla plasmabile e abile scultore[…] gli attrezzi per scolpire sono reperibili nel mondo sociale come pure gli schemi e i modelli già definiti per guidare la modellatura; ma la responsabilità a portare a termine il lavoro ricade interamente sulle spalle dello scultore². Una responsabilità che genera l’incombenza di mantenersi sempre idonei e pronti ad assumere nuovi impegni. Quindi incertezza, angoscia e inadeguatezza come conseguenze di un relativismo valoriale che costringe l’individuo, ora senza giuda, a badare alla propria autoformazione. Ora gli individui sono liberi ma liberi nella propria prigione. Una prigione che essendo “propria” è diversa per ciascun individuo e dunque solipsista e intollerante. Nel mondo postmoderno mai si avrà libertà senza incertezza, e viceversa.

¹Z. Bauman, la società dell’incertezza, il Mulino, Bologna, 1999, p.101

²Z. Bauman, la società dell’incertezza, il Mulino, Bologna, 1999, p.108

SAVIANI ELEONORA GIULIA

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