leggendome

La tristezza ha il sonno leggero

Lorenzo Marone

Per essere felici dobbiamo essere pronti a liberarci del nostro passato, capire che noi non siamo quello che abbiamo vissuto e che, se non vogliamo vivere una vita che non ci appartiene, a volte è indispensabile ribellarci. Anche a chi ci ama.

È buffa questa cosa che facciamo pagare agli altri le colpe dei nostri genitori. Ognuno se ne va in giro con un mucchietto di dolore incapsulato dall’infanzia, alla ricerca della persona giusta cui restituire un po’ dei torti subiti.

Mamma si allontanava dall’aula con passo felpato, le mani sul volto a coprire la vergogna per quel figlio scapestrato. È che il giorno prima mi aveva costretto a un’interrogazione improvvisata per simulare ciò che sarebbe accaduto l’indomani. «Bisogna essere preparati a ogni evenienza» amava ripetere in quegli anni. Credo che la vita, nonostante tutto, le abbia insegnato qualcosa, perché oggi sostiene che è inutile prepararsi, che tanto i guai quando arrivano ti colgono sempre di sorpresa. Comunque, quel pomeriggio sul divano terminò proprio con una domanda su Kant. Farfugliai qualcosa, lei allora si portò gli indici al naso, sfilò gli occhiali, sospirò e disse: «Be’, che dire, speriamo che non ti chiedano proprio Kant». Credo che l’episodio abbia contribuito a farla ricredere anche sul concetto di speranza.

Alla fine ho capito che non è vero che la speranza non si tramuta mai in realtà. È una questione di numeri: più desideri hai, maggiore è la possibilità di fare centro.

«Dico che se devi essere un infelice con un lavoro sicuro, preferisco che tu sia felice e precario.»

Avevo appena imparato che, a volte, anche le domande non poste, proprio come le scelte che non facciamo, possono far del male a chi ti sta a cuore.

Il re delle emozioni calpestate in nome di una presunta pace interiore.

La prima cosa che direi a un figlio, una volta adulto, sarebbe: «Fai il possibile perché ciò che ti piace non diventi un passatempo da coltivare solo nel fine settimana. È la via più diretta per trasformarsi in un infelice.

A volte chi si preoccupa per te può fare molti più danni di chi a stento si accorge della tua presenza.

La vita, l’ho già detto, ci ha messo poco a spiegarmi che gli amori non colmano i vuoti, semmai ne aggiungono altri.

La vita, d’altronde, è un continuo incontrare le persone sbagliate. Anche perché se ci imbattessimo a ogni occasione in quelle giuste, forse cominceremmo a mettere in crisi l’idea che ci si innamora davvero una volta sola. Credo sia più corretto dire che se si è fortunati si incontra una persona giusta sul nostro percorso, le altre migliaia, che pure lo sarebbero, purtroppo non ci è dato scovarle.

Loro sono cresciuti nella bambagia, in un ambiente protetto e fra le carezze di due genitori presenti, io, però, ho imparato a conquistare l’attenzione più difficile, quella che non ti è dovuta. Se mai un giorno mi troverò ad abbottonare il grembiule a mio figlio, gli accarezzerò la testa e dirò testuali parole: «Vai, e impara a farti accettare da chi non è obbligato a farlo».

Dicono che la sofferenza renda migliori le persone. Io sono una persona sensibile grazie al dolore che ho ingurgitato. Certo, se sapessi anche cosa farmene di tutta questa sensibilità. Perché sarà pur vero che chi ha sofferto è più delicato e profondo, ma sono sempre i felici quelli che ti sorridono senza un perché.

La verità è che se si passa la vita a tentare di non sentire dolore e paura va a finire che non si sente più niente.

Le vite più sembrano perfette più sono un grande bluff.

Alcune persone te stanno accanto una vita entera e neanche te ne accorgi, altre te sfiorano un solo istante e te restano impresse per siempre.

La vita successiva mi ha poi spiegato alcune cose: che non sempre un bacio deve essere con la lingua, che le scuse spesso non cancellano le ferite e che l’amore, corrisposto o meno, serve a ricordarti che sei vivo, in mezzo a una marea di morti.

La sera dopo cena ero io a portarlo a passeggio. Facevamo un lungo giro dell’isolato, lui con la testa sul selciato ad annusare le diverse gradazioni

di ammoniaca presenti nelle urine, io a guardare le stelle o gli appartamenti dei vicini. Mentre Ernesto svuotava la vescica, io mi perdevo nella contemplazione dell’infinita varietà di vite attorno a me, tutte rinchiuse in quelle scatole illuminate che chiamiamo case, e mi chiedevo, oggi come allora, se davvero ognuna delle persone lì dentro avesse scelto di essere lì in quel momento, davanti al televisore o dietro un tavolo, con accanto la stessa persona di sempre. Se ci fosse, insomma, da qualche parte, qualcuno che lottasse per cambiare la sua vita ed essere davvero felice. E allora come oggi mi dicevo che forse il più infelice di tutti era proprio chi tentava di ribellarsi a una strada che non sentiva sua. Tutti gli altri, quelli che se ne stavano comodamente a guardare la tv con uno sconosciuto accanto, quantomeno erano anestetizzati. Che poi è l’unico modo che conosciamo per non sentire il dolore.

Innamorarsi è il più grande atto di fiducia che ci possa essere fra due estranei. Pensa questo ogni volta che ti troverai in difficoltà nell’entrare in una stanza piena di gente sconosciuta, o al cinema, se ti scoprirai di fianco a chi non conosci, pensa che la vita ti sta solo donando una nuova possibilità di trovare qualcuno di speciale. Non ti dirò, come molti, di restartene sulle tue, di non esporti troppo. No, io ti dirò di avere fiducia e imparare ad accogliere gli altri. Più muri alzerai, e meno luce entrerà nella tua vita.

Corsi verso il bagno e mi sciacquai il viso più volte con l’acqua fredda. Quindi rimasi a fissarmi allo specchio e mi persi nei miei occhi stanchi, nella bocca contorta, nei peli bianchi della barba e nelle piccole rughe sulla fronte. È il dolore sordo, quello che non fa casino e non arriva all’improvviso, ma ti fa compagnia silenzioso, ogni giorno e ogni notte, e si infiltra poco alla volta, finché ti crepa la pelle, proprio come l’acqua erode l’intonaco.

Perciò mi misi a studiare nonostante sapessi che non era il mio futuro e dentro di me accarezzassi il sogno segreto di diventare, un giorno, un fumettista. Il problema, ho poi capito, è che i desideri più segreti col passare del tempo diventano segreti anche a noi stessi.

Non potevo tutelare la tua felicità se ero il primo a essere infelice.

Nonostante la paura per le tante novità, quella sera, per la prima volta, mi trovai a pensare che le ferite, forse, servono a testare la nostra capacità di guarire. E che se vogliamo vederle rimarginarsi in fretta non dobbiamo sfrocoliarle, ma distogliere lo sguardo e continuare a vivere.

Se avessi avuto qualche anno in più, l’avrei abbracciata e le avrei spiegato che, molto probabilmente, il suo non era amore, ma solo necessità di amare. Una bella rottura, la voglia di sentirsi innamorati, che se ne sta lì a tocoliarti la spalla finché non le dai retta. Così capita che, a volte, per non sentirla più al tuo fianco, fai il suo gioco e ti accontenti di amare chi non ami.

È vero, il passato non si può aggiustare a proprio piacimento. Però, almeno, possiamo imparare dai nostri errori, così da non ripeterli, per non chiamare ogni volta in causa il destino che, in realtà, ci segue sempre un passo indietro e si ciba degli sbagli che lasciamo lungo la strada.

La verità è che non ho mai tradito nessuno, se non me stesso.

C’è una cosa senza la quale famiglia, figli e casa diventano solo un guscio vuoto. La più importante di tutte, quella cui devi il massimo rispetto: la tua felicità.

A parte Flor, nessuno nella vita si è mai preoccupato di ricordarmi di pensare alla mia felicità. Se il monito tipico di mia madre è sempre stato quello di «guardare avanti», Mario una volta mi disse: «Scegli sempre con la tua testa». A ben vedere, è il suggerimento che più si avvicina al concetto di ricerca della felicità. Anche ultimamente, quando gli ho comunicato di voler aprire una fumetteria, mi ha consigliato di seguire i miei sogni.

Non esiste l’odio fine a se stesso; si può odiare solo se prima si è amato.

Diciamocelo: se c’è una cosa che fa proprio paura è la felicità. Non sai mai quando arriva. E, soprattutto, quando se ne va.

Impiegammo otto mesi per portare a termine il nostro faraonico progetto. Sei furono, invece, i mesi trascorsi prima che mamma e Mario decidessero di vivere insieme. Solo due, infine, bastarono a me per capire che anche i padri degli altri, se vogliono, possono farti da padre.

«Non è vero che non provo emozioni. L’emozione umana più potente e antica è la paura, e a me capita spesso di cagarmi sotto». Mi aspettavo una risata, ma lei già dormiva. Allora allungai il collo per accertarmene e solo dopo aggiunsi: «Per esempio, il fatto che tu adesso sia mia moglie mi terrorizza. Mi fa sentire responsabile della tua felicità. E io di felicità mi intendo poco».

C’è una fase dell’innamoramento nella quale tutto ciò che riguarda chi ami ti è ancora sconosciuto. È un tempo breve, un periodo destinato a morire, a spegnersi come le stesse stelle, eppure è un momento bellissimo.

La verità è che la vita è un insieme di piccoli episodi che poi si tramutano in ricordi, e se non siamo in grado di dare loro la giusta valenza vuol dire che non meritiamo di conservarne memoria. E senza memoria, che abbiamo vissuto a fare?

«La definirei disincantata. Nessuna vita è facile, questo è vero, però in alcune i giorni di festa sono una rarità. E nessuno sa perché. Nessuno può farci niente. Se ti lasci sfuggire questo figlio, non ne avrai altri e passerai la vecchiaia a giocare con cinque o sei nipotini messi al mondo dai nostri fratelli. Non dico che non potrai costruirti anche tu una nuova vita. Lo farai, ne sono certa. Ma dovrai prima lottare contro te stesso, contro i demoni del tuo passato. E mentre tu starai lì a combattere, gli altri avranno già percorso buona parte della strada. Tutti possono tagliare il traguardo. Ma vince solo chi lo fa per primo.»

«Il perdono fa parte della vita di ognuno di noi» disse lui, «se non ci fosse, non esisterebbero gli errori. Tutti sbagliano, tutti perdonano. Il ciclo inizia presto. Già con i genitori. Un domani ti troverai a dover assolvere anche loro, anche tua madre.»

«Certo. Non credo affatto che la sofferenza fortifichi, come molti dicono, però almeno apre gli occhi, permette di vedere cose che ai più restano nascoste. Tu sapresti come proteggere tua figlia dal dolore molto meglio di quanto abbiano fatto i tuoi genitori con te.»

Ciascuno deve vincere da solo i propri demoni. Tu hai i tuoi e io i miei. Si tratta solo di avere pazienza e forse, alla fine, potrò dire di averla davvero scampata. Nel dolore, lo capisci subito, non puoi avere tutto e subito, devi imparare a essere paziente e a convivere con la sofferenza, sperando che il tempo curi tutte le ferite, anche se ne deve passare tanto, troppo, e intanto con lui passa anche la tua vita.

Il fatto è che tutto ciò che non fai quando è il momento di farlo, te lo porti dietro come una zavorra per il resto dei tuoi giorni.

«Siamo fatti per amare, questa è la verità. Il nostro cuore non può stare per troppo tempo all’asciutto, altrimenti si inaridisce. Invece molti rilasciano l’amore che hanno dentro tutto in una volta, e poi si seccano, come una spugna stretta fra le mani e messa da parte.»

Noi uomini sogniamo grandi amori e vite avventurose, ma poi ci sposiamo.

I «fuori di zucca» sono quelli che hanno il coraggio di vivere sull’orlo, senza rincorrere falsi obiettivi e desideri altrui.

Da più parti sento spesso dire che non bisogna avere rimpianti, che chi vive ancorato al passato non ha speranza nel futuro. In realtà credo che chi non ha rimpianti non ha mai avuto sogni. Ed è la mancanza di sogni a precludere un bel futuro.

La verità è che tra la speranza e il rimpianto passa un soffio. E in quel soffio trascorriamo gran parte della nostra vita.

E ho capito che sono proprio loro, i piccoli gesti di ogni giorno, le abitudini, persino le ossessioni, a svelarti una persona. Le nostre minuscole e preziose cose sono visibili solo a chi ci osserva con attenzione, tutti i giorni. Sono il grande privilegio che concediamo a chi ci ama.

Chiusi gli occhi e mi sforzai di credere che a volte il passato viene a bisbigliarti qualcosa all’orecchio solo per aiutarti a cambiare il presente.

Chi non ha progetti da inseguire dentro di sé tende a spegnere anche quelli di chi gli è accanto, come un buco nero che inghiotte la luce che si avvicina troppo.

Chissà perché nella vita, più si va avanti, più si tende a eliminare qualcosa: prima i baci, poi le carezze, gli abbracci e, infine, le parole. Invece, bisognerebbe aggiungere. Sempre.

«Ci passiamo tutti, tutti prima o poi feriamo e tutti veniamo feriti. L’amore, Erri, è pieno di gioie e momenti felici, di dolore e delusione. È come la vita, un’immensa fucina di pulsioni, alcune dellequali spiacevoli. Non fare come molti, che per non affrontare il dolore decidono di girare le spalle all’amore. Innamorati, soffri, piangi, disperati, urla, incazzati, tira calci, ma affronta le emozioni, vivile. Vivi. A ogni costo, ragazzo mio, a ogni costo.»

l’amore, quello vero, non deve resistere al tempo, ma alle ferite.

Solo che il cambiamento fa paura, è qualcosa che chi ti è accanto non accetta di buon grado. Perciò prima o poi troverai chi ostacolerà la tua voglia di cambiamento, ti diranno che non ti capiscono più, che sei egoista.

Ricordati, sei e sarai sempre responsabile soltanto della tua felicità.

«È che la dolcezza chiama dolcezza. Puoi anche disprezzare il mondo. Puoi anche sentirti in credito con la vita. Puoi anche pensare che nessuno meriti il tuo amore. Ma se incontri qualcuno che sussulta a una tua carezza, non puoi fare finta di nulla: devi smettere, almeno per un momento, di odiare.»

Peccato, perché la rabbia non è una cosa poi tanto stupida. Come la paura, serve ad agire quando è necessario, anzi a reagire, e le reazioni fanno nascere cose nuove, rompono equilibri. La rabbia che sa quale strada prendere ti porta sempre qualcosa di buono al suo ritorno.

Non so, credo che, in realtà, le cose vadano così, le persone si incontrano, si piacciono, si amano, percorrono insieme un pezzetto di strada e, infine, si perdono, senza un reale motivo. O, forse, il motivo c’è, ed è quello di permettere nuovi incontri, diversi amori, altri inizi.

Che la verità, a volte, si presenta mentre stai sorridendo o quando ti senti al posto giusto, e approfitta della tua ubriacatura per ricordarti che lei è lì già da un po’ e tu non te ne sei accorto, troppo impegnato a girare a zonzo pur di non scorgerne la disarmante semplicità e cioè che alla fine ti accorgi di avere tutto ciò che hai sempre desiderato a un solo passo da te. Trascorriamo la vita a rincorrere una mancanza, e a stento ci accorgiamo di tutto il resto che

Lasciar andare

Philip Roth

Un uomo deve avere una filosofia di vita, una giustificazione per il suo mestiere, e la mia è questa. Quando invecchi, cominci a domandarti perchè fai quel che fai. Non puoi andare avanti senza darti delle ragioni. Limitarsi a sopravvivere, mettersi le giarrettiere, consumare i pasti, da soli, senza nessuno accanto, giorno dopo giorno, , e non avere una ragione per tutto questo, come si fa? A meno che uno sia come Gruber, abbia il vizio del sorriso, la fissazione del sorriso. Ma io, Gabe, io ho bisogno di un pò di mistero nella vita. Man mano che invecchio, gli assilli di un tempo diminuiscono. E allora è la bocca umana a darmi da pensare. Il terzo molare da solo basterebbe a occupare una vita intera. Non ridere… è vero. Ti domandi il perchè… La vita dà da pensare, il fatto è questo. La vita cambia, e devi avere una strategia di riserva. 

È raro che i giovani sappiano quello che vogliono. È raro trovare un giovane che ha capito che cosa conta davvero nella vita. Di solito tentennano, si gingillano (…) Loro «chiavano», loro «trombano» e già da queste espressione si capisce che cosa fanno. I giovani agguantano e brancicano, ma non toccano davvero. 

Che tu per me sia il coltello

David Grossman

Anni fa pensavo di sottoporre ogni donna attraente a un particolare esame per stabilire se sarebbe stata la “donna della mia vita”. Pensavo che l’avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinandole il viso. Più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo. Proprio toccato. Non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l’iride e i dotti e i dotti lacrimali. Naturalmente sarebbero subito sgorgate le lacrime. Il corpo è fatto così. Ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del capo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. Questo voglio ora. Vedere l’oscurità che c’è nell’altro. Perché accontentarsi? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?

In tanti anni insieme ci siamo fusi l’uno nell’altra, e a volte mi sento come se avessimo assunto un terzo sesso, quello del matrimonio, e i nostri corpi, ormai disciolti l’uno nell’altro, fossero diventati il punto di approdo della passione, non più il mezzo per soddisfarla. Siamo ormai la stessa carne ed è davvero terribile. 

Nella nostra logica contorta, questa separazione, arbitraria e inutile, è una sorta di punizione che ci meritiamo, pur essendo anche, in modo molto personale, la continuazione del nostro legame. 

Di volta n volta ti avrei in me. Non siamo vivi, ricordi? Ma è vivo tutto ciò che hai scritto. La tua vita è la mia. Il tuo viso. Lo disegno nella mente, ne ripasso ogni linea. Ti vesto, ti spoglio, adagio, un capo dopo l’altro. Parlo a me stesso con il tuo timbro, la tua voce scritta, e una punta di tristezza nel fondo. 

Ho paura di aver perso per sempre la passione istintiva, naturale, per la bellezza. 

Una semplice riflessione, un pizzico di filosofia spicciola. Forse accostando e sfregando le pupille sgorgheranno delle lacrime completamente diverse da quelle note a chi ne fa spesso uso. Intendo dire… forse saranno più dolci del miele, prodotte da ghiandole lacrimali sussidiarie e nascoste di cui non conoscevamo l’esistenza. L’unico organo del corpo creato con la consapevolezza che mai, per tutta la vita, se ne farà uso. Un triste scherzo privato di Dio, che sapeva fin dall’inizio con chi aveva a che fare. Perché è possibile vincere la forza di gravità, ma non la forza di repulsione che l’anima esercita quando vede un’altra anima avvicinarsi ed esporsi. 

Le mie parole provengono dalla tua bocca, è una sensazione così strana. Questo tuo desiderio di commuovere, e mi imbarazza in modo indescrivibile. Ma ricordi? È l’unica storia che avrei voluto raccontarti; quella di sapersi concedere ad un altro in modo totale. Non per perdersi in lui, e nemmeno per rinunciare a se stessi, ci mancherebbe, ma per provare la sensazione di essere un altro, per una volta, voglio dire, un altro, dentro di te (…).

Quando una persona grida il proprio dolore, non crede necessariamente che qualcuno possa alleviarlo. A volte ha più bisogno che gli altri mitighino la sua solitudine in questo dolore. 

Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo. 

Non ho il tempo di scrivere una lettera breve, perciò ne scriverò una lunga. 

Il terrazzino dei gerani timidi

Anna Marchesini

Questo mi affascina della follia; l’evidenza di un aldilà del pensiero e dell’azione, l’esistenza di elaborati e sopraffini meccanismi, labirinti arzigogozati che intervengono a mantenere in vita la vita, anche dopo che il corpo ha subito un infarto psichico. 

E questi meccanismi non sono scontati perché nidificando nelle voragini dell’irrazionale, al di fuori dei sentieri battuti, di terreni bonificati, invisibili agli occhi addomesticati degli sguardi pigri e del pensiero piccolo e determinato, sono congetture che costringono a navigare senza bussola e senza punti cardinali, a rischiare di perdersi per guardarsi dentro, per seguirli, ad abbandonare la ragione di tutti, cioè della maggior parte, a evitare i percorsi dell’abitudine con cui abbiamo dimestichezza, a mettersi nella parte dell’esploratore e affidandosi alla scorta delle ombre rischiare una discesa ad occhi aperti, una discesa negli inferi per accorgersi che il Diavolo davvero c’è. 

Le illusioni hanno il destino segnato, non sono reali e non lo diventano mai (…) ma come sarebbe il mondo se non ci fossero le illusioni? 

Questo era del sogno ciò che sognavi, averlo dentro la mia vita, come una qualità robusta e cromatica, vitale come un organo; respiravo con i sogni come fossero polmoni. 

Il sogno mi correva dentro simile a un fiume carsico dalle piene potenti e invisibili, tanto che nei punti di trasparenza della mia vita lo si poteva riconoscere nella genesi, (…) e nel modo in cui l’esistenza stessa del sogno dava garbo dignità lustro e sostentamento alla mia vita, era la ricchezza, era la grazia. 

Era l’impresa da compiere, ardua e gentile difficile e mirabile ma irresistibile, era il viaggio sulla lune ardimentoso immaginifico che con gioia costringeva a spingere il limite oltre quelli che si credeva nei propri limiti, era il cavaliere ed era il suo cavallo; cavaliere elevato al rango dalla difficoltà e dalla nobiltà del sogno, appassionato e instancabile, ispirato e fedele che disperava delle difficoltà ma non del sogno ed era infine la principessa innamorata e meritata, la principessa salvata, era il senno perduto nel buio delle sconfitte e delle cadute e ritrovato alla luce della forza stessa del sogno; quella di esporsi all’impossibile. 

Nella leggenda delle fiabe, le fate nascono dalla risata di un bambino; la prima risata di ogni bambino che nasce si frantuma sempre in mille pezzi e dai quei frantumi nascono le fate; ma ogni volta che un bambino, da qualche parte del mondo smette di crederci una fata muore. 

Nel vuoto lasciato dal crollo delle illusioni, avevo visto sorgere come un edificio il sogno e poi crepuscoli carnosi di fiori selvaggi annidarsi fulgidi nelle crepe delle loro rovine.

Noi così piccoli eravamo capaci di offenderlo? (Dio). 

Si trattava in verità di un monito sproporzionato perché ci bastasse per il futuro, una sorta di assedio senza punti scoperti, che legava in un’unica forza gli adulti che avevamo intorno; un coro di voci potenti e assordanti che accerchiava la volontà, che allestiva nicchie scomode presso le quali rifugiarsi, impossibile farli tacere; soltanto più tardi, ci saremmo accorti che quegli insegnamenti tenevano dietro ad una visione drammatica del peccato, una concezione gotica e punitiva dell’errore e del senso di colpa che minacciava i bambini; proprio perché la paura ci impedisce per sempre di compiere manchevolezze. 

Quella confessione così cruda, morbosa dell’uomo, “Mi serve”, diceva, “mi serve attaccarmi, così con l’immaginazione, attaccarmi alla vita come un rampicante attorno alla sbarre di una cancellata. Ah non lasciarla mai possedere l’immaginazione”; (…) scorgevo in quella vita, attraverso l’affanno di quella agonia quotidiana ripudiata, quello sgomento, quell’errare del vuoto, come l’agguato di una bestia, quella sorta di accattonaggio in cui un distinto signore col certificato di morte in tasca e i giorni contati aveva trasformato la sua vita, lasciando che l’immaginazione elemosinasse dalla vita degli altri, dalle cose, dagli estranei, perdendo il tempo a trattenere gesti apparentemente senza importanza, pur di resistere, pur di esistere. 

Aderire, aderire con l’immaginazione, consiste almeno in qualcos’altro, qualsiasi cosa, un nastro da pacchi, pur di tentare di dimenticarsi di sé, pedinato dal bisogno di difendere se stesso dall’orrore della morte.

Accade a tutti, accade anche di avere paura di rimanere chiusa al buio, ma altrettanto di uscire fuori, così il buio e la luce diventano due condizioni della stessa terribile paura. 

La paura tuttavia era il gigante della mia esistenza, il genitore potente e assiduo che mi lasciava da sempre crescere senza tradire nessuno, una sorta di idolo nero che mi teneva al riparo dagli aspetti consueti e incapienti delle necessità dell’esistenza quotidiana. 

Così mi avvinghiai a lei e vi rimasi legata, fu l’unica a tenermi compagnia, piantonandomi sull’orlo di una voragine solitaria. 

Avrei letto 5mila, 10mila libri nella mia vita; feci un rapido calcolo di quanti anni all’incirca avevo ancora a disposizione per leggere e decisi che avrei potuto farcela. 

La letteratura era il mio grande amore (…). La letteratura insegnava passi al pensiero, erano camminate, erano volate e un po’ per volta essa divenne una sorta di lampada per leggere la vita, per vederla moltiplicare, così scoprii che poteva essere anche un racconto meraviglioso. 

Avrei scritto un libro che traesse dal silenzio, era stato il silenzio all’origine di tutto, quel silenzio che poi confinava con il mio, che avevo cessato di temere ed imparato ad ascoltare seduta nel terrazzino; nel silenzio era stato possibile vedere, sbirciare anche dagli angoli bui, avvertire l’eco degli universi sommersi e implosi, le tracce riflesse di quei paesaggi spirituali di cui il silenzio mi offriva la contemplazione innocente. 

Avrei scritto un libro nel tempo imperfetto che era, al presente, il momento estremo in cui si era spinta la mia vita, oltre la quale cominciava il vuoto e non sapevo più guardare, sarebbe stato un istante remoto perduto fra migliaia di altri istanti vissuti, che chissà se avrei udito ancora, seppure scivolato così lontano nel tempo.

Avrei scritto delle solitudini e, se avessi avuto il coraggio, dei miei passi nel dolore, della vita timida, sarei andata a frugare dentro il corpo in ombra, vi avrei ritrovati custoditi i segreti, come in quel recinto i miei pensieri, come dentro i gerani muti che tutto avevano visto.

Quello che era diventato il mio sogno. Il racconto di certe congiure col dolore, di quella pronunciata confidenza con l’infelicità di vivere su cui stavo imparando a correre e che tuttavia non conteneva intera tutta la mia esistenza; come in un quadro della prospettiva sbilenca ma dai colori vivaci e dai particolari curati, avrei raccontato ancora di me se si fosse resa visibile quella pertinace gioia di essere, come un fondo incontenibile di vitalità, che non somigliava per nulla alla felicità, ma al contrario poteva contenere la felicità e l’infelicità insieme. 

La potenza con cui sentivo accendere se pur anche il dolore, la resistenza a tenerlo, era fatta di quella materia forzuta, la stessa materia feconda e vitale da cui sono generati i sogni, che avrebbero tenuto in piedi tutta la mia vita; questo era davvero il prodigio, anche quando tutto sarebbe venuto a mancare, come fortezza immateriale e impalpabile avrebbe resistito nel tempo, senza piegarsi, a sostenere la costruzione della mia storia, indomabile e persistente, la materia dei sogni. 

Respirai profondamente l’aria della sera, si trascinava dietro un tiepido profumo di gerani, mi assalì il timore che tutto sarebbe rimasto identico e immutabile come quei vasi indifferenti, nulla era certo – mi dissi- era statico, quel difficile esercizio di equilibrio, in bilico tra l’infanzia, il presente e il futuro remoto, aveva incredibilmente moltiplicato il tempo; per la prima volta erano davvero esistiti istanti gemelli trascorsi a braccetto, lontani tra loro nel tempo; era stato un piccolo impossibile miracolo, mi colse una breve vertigine, in quella inviolata solitudine, fu come se l’universo dentro di me avesse fatto una capriola e adesso si fosse capovolto, messo a testa in giù, mi piaceva tanto.

Ecco – mi dissi- questo preciso attimo, è gioia. Il silenzio là fuori era così dolce che mi pareva di sentirne il canto; da qualche parte avevo letto che tutto è armonia se solo riusciamo a sentirla, così rimasi in ascolto ed ebbi cura di muovermi, senza spostarlo. Il silenzio. 

Creature di un giorno

Irvin D.Yalom

Il dolore per la morte di un figlio è il più terribile di tutti. È, secondo le parole di Yeats, “la tragedia espressa nella sua forma più estrema”, e spesso non esiste altro sfogo che le lacrime. 

Rinunciare alla speranza di un passato migliore è un idea potente. 

Per la famiglia e per gli amici sono più di un piccolo lusso. E mi sento speciale anche per me stessa. Il mio tempo mi sembra più prezioso. Provo un senso di importanza, di solennità, di sicurezza. Penso in effetti di avere meno paura di morire di quanta non ne vessi prima del cancro, ma ne sono più preoccupata. 

Il mio lavoro è amare il mio corpo, tutto quanto. Nel suo complesso e nella sua interezza. L’insieme mortale molesto precario miracoloso intricante respirante condannato caldo mortificante inaffidabile alacre imperfetto meraviglioso raccapricciante vivo combattente tenero spaventoso vivo morente vivo respirante temporaneo sorprendente mistificante afflitto mortalmente malato assemblaggio degli atomi dell’universo che costituiscono il mio io, me, in questo spazio e in questo tempo. Questo corpo che sta andando a pezzi. Che sta facendo crescere tumori terribili e pericolosi. Che non riesce a ributtarmi indietro, a distruggerli, a dissolverli, ad annichilirli. Questo corpo che sta fallendo l’unico lavoro essenziale della vita, stare vivi, stare vivi. 

Quando aveva saputo che il cancro si stava diffondendo, aveva scritto: “Ho fissato lo specchio e ho visto un volto umano, vulnerabile, vivo, amato, transitorio. Non ho esaminato la mia pelle alla ricerca dei punti neri o per sistemarmi la frangia o farmi una qualsiasi opinione su me stessa.  Ho guardato dritto gli occhi che mi rimandavano dritti lo sguardo e ho pensato, oh, povera cara, povera bambina. Credo sia stata la prima volta in cui ho visto il mio volto in quel modo- nel suo complesso”.                                 

“Siamo tutti creature di un giorno; colui che ricorda e colui che è ricordato. Tutto è effimero, tanto il ricordo che l’oggetto del ricordo. Vicino è il tempo in cui tutto avrai dimenticato; e vicino è il tempo in cui tutto avranno dimenticato te. Rifletti sempre sul fatto che presto non sarai nessuno, e non sarai da nessuna parte.” E anche questo: “Rapido il ricordo di tutte le cose è sepolto nel golfo dell’eternità” (Cit. Marco Arelio in “Pensieri”)               

“Togli il giudizio della tua mente, e sarà tolto il ‘Sono stato offeso’. Togli il ‘Sono stato offeso’ e tolta è l’offesa”. (…). “Tutto è come lo fa il pensiero, e sei tu a controllare il tuo pensiero. Rimuovi quindi i tuoi giudizi ogni volta che lo desideri e poi c’è la calma, come il marinaio che doppia il capo trova acqua cheta e il benvenuto di una baia senza onde”. (Cit. Marco Arelio in “Pensieri”) 

“Quindi” continuò Andrew, “quel che mi insegna è che è solo la tua percezione delle cose che può offenderti. Cambia le tue percezioni, ed eliminerai l’offesa. Nulla dall’esterno ti può offendere, perché tu puoi essere l’offeso soltanto dal tuo vizio. L’unico modo per non rispondere ad un nemico è non essere come lui.” 

Mi sono spesso chiesto come sia che ogni uomo ami se stesso più di tutti gli altri uomini, e tuttavia conferisca meno valore alla propria opinione su se stesso che all’opinione degli altri. 

Se un uomo qualsiasi mi disprezza, è un suo problema. La mia unica preoccupazione sta nel non fare o dire una qualsiasi cosa che meriti disprezzo. 

Mai stimare una qualsiasi cosa come un vantaggio per te se questa ti farà venir meno alla tua parola o perdere il rispetto che hai per te.” (Cit. Marco Arelio in “Pensieri”) 

“Mi piacciono molto queste parole, Jarod. In effetti vanno dritte alla questione di cui stiamo discutendo: che il centro della stima nei propri confronti e della capacità di autogiudicarsi dovrebbe essere all’interno di se stessi piuttosto che nella mente di un altro, ovvero nella mia immagine di lui”. 

1984

George Orwell

Era uno di quei sogni che, pur conservando tutto ciò che caratterizza il sogno, sono una continuazione della nostra vita interiore, dandoci coscienza di fatti e idee che continuano ad apparirci nuovi e meritevoli della nostra attenzione anche quando siamo svegli. 

Si rese conto che il tragico apparteneva a un tempo remoto, a un tempo in cui ancora esistevano la vita privata, l’amore, l’amicizia, a un tempo in cui i membri di una famiglia vivevano l’uno accanto all’altro senza doversene chiedere il motivo. 

Il ricordo di sua madre gli straziava il cuore, perché sapeva che era morta amandolo, quando lui era troppo piccolo ed egoista per amarla a sua volta, e perché in un certo senso, che gli sfuggiva, aveva sacrificato se stessa a un ideale di devozione privato e inalterabile. Oggi cose simili non sarebbero potute accadere. Oggi la paura, l’odio e il dolore c’erano ancora, ma non esistevano più pene profonde e complesse, né la dignità data dall’emozione.

E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera. “Chi controlla il passato” diceva lo slogan del Partito “controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.” E però il passato, sebbene fosse per sua stessa natura modificabile, non era mai stato modificato. Quel che era vero adesso, lo era da sempre e per sempre. Era semplicissimo, bastava conseguire una serie infinita di vittorie sulla propria memoria. Lo chiamavano “controllo della realtà”. La parola in neolingua era “bipensiero”.

Winston lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi e inspirò piano. La mente gli scivolò nel mondo labirintico del bipensiero. Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo arante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne applicava l’utilizzazione. 

Una volta che fossero state raccolte e ordinate tutte le correzioni che si erano imposte per un particolare numero del ‹Times›, il numero in questione veniva ristampato, mentre la copia originale veniva distrutta e sostituita negli archivi da quella nuova. Un simile processo di alterazione continua non era applicato solo ai giornali, ma anche a libri, periodici, manifesti, film, commenti sonori, cartoni animati, fotografie, insomma a ogni scritto o documento passibili di possedere una qualche rilevanza politica o ideologica. Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato. In tal modo si poteva dimostrare, prove documentarie alla mano, che ogni previsione fatta dal Partito era stata giusta; nello stesso tempo, non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l’opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo. 

Lasciami contare le stelle

Elvia Grazi

Secondo Shakespeare è meglio essere traditi davvero, che saperlo sì e no. Sarà stato anche un grande drammaturgo, e un eccellente poeta, ma ne ha sparate di stronzate!

Dopo la dolcezza di quell’abbraccio mi sarei messa a urlare e a fare i capricci, come una bambina a pestare i piedi. Mi fa male ripensarci, ma continuo a cascarci, perché al dolore a volte ci si affeziona, come a una vecchia foto che ci fa vedere com’eravamo belle tanto tempo fa.             

“Scrivere, estrovertere”, predica. “Tirare fuori ogni sensazione, metterla nero su bianco è autoterapeutico. Vomitare ciò che proviamo aiuta a liberarsi di tutto quello che è indigesto, ci depura e libera.” 

Puoi anche convincerti di avere trovato un’ansa tranquilla e al sicuro, ma l’acqua che scroscia ci mette un istante a strapparti dal tuo ridicolo nascondiglio segreto. 

E poi cosa c’è da capire? Ho scelto di vivere in barca perché non amo mischiarmi alla gente, non voglio essere arginato da nessun confine. Amo il mare, è il mio passaporto per la libertà. Mi piace andare al largo, lasciare vagare lo sguardo e non incontrare nulla, a trecentosessanta gradi. Quando cielo e mare hanno lo stesso colore e intorno c’è solo il nulla, l’armonia è  perfetta. Scivolo sull’acqua con la barca e mi fermo solo quando la riva non è più visibile. I soli rumori intorno sono il fileggiare del vento sulle vele, lo sciabordare delle onde e il tendersi delle scotte. 

Ci sono luoghi dell’assenza in cui sei completamente solo a misurarti con la natura. I sensi sono accentuati, riesci a cogliere persino i fruscii. Il beccheggio  del mare, incessante, è come un mantra, racconta mille storie, ipnotizza, riesce a condurmi all’assoluto, fuori e dentro di me. È una sensazione che non conosce eguali. La solitudine totale è una piccola morte, un precipitare infinito verso il centro di sé. Quando l’assaggi è una droga che inebria: la provi e non c’è più ritorno. 

I due opposti – mare e alta montagna – non sono così lontani, la loro distanza è solo apparente. Non a caso si usa il termine lupo di mare. Chi l’ha coniato sapeva bene il perché , doveva avere sperimentato sulla propria pelle certe sensazioni. Un lupo sa cavarsela anche nelle situazioni più estreme, governa il suo territorio, solo nelle lande infinite. Neve e mare. 

Meglio l’astrazione, la solitudine che puoi toccare solo quando sei perso in mezzo al mare o tra la neve. 

Me lo sono sentito chiedere a più voci e all’infinito. Questione di sguardi. Tutti gli occhi guardano, pochi sanno vedere.

Le case sono prigioni, ti chiudono dentro e lasciano la vita fuori. Ti spranghi la porta alle spalle, magari con più mandate, abbassi le tapparelle e sei in cella. Immobile nel tuo microcosmo. Anche gli spazzi interni dei condomini ricordano in tutto e per tutto i cortili delle prigioni, dove puoi andare a sorseggiare la tua ora d’aria. Tabata invece non sta mai ferma: per fortuna. È il mezzo che ho per sentirmi zingaro e apolide, senza regole: libero. Oggi qui, domani là e per soffitto la volta celeste, il carro dell’Orsa maggiore, le costellazioni. 

Masticavo amaro. Eravamo tutti personaggi in cerca d’autore, impegnati a recitare alla meglio il nostro ruolo. 

Nel mio vocabolario non ci sono padroni e nemmeno schiavi. Non so cosa sia il peccato e parole come dipendenza, pentimento o rimorso mi danno l’orticaria. Fuggo da ogni imposizione e non seguo né prescrivo regole. 

Io sono vento nel vento, acqua di mare che non può essere imbrigliata, e me ne frego del giudizio del mondo. Vado avanti nel mio navigare, di porto in porto. Sono solo, me lo ricordano in molti, ma non baratterei certi miei momenti con la vita annacquata delle cosiddette persone perbene. Quelle che fanno un lavoro banale che succhia loro metà della vita, passano la sera davanti alla tv, dopo aver messo a letto i bambini, e come massimo guizzo, il dì di festa, vanno allo stadio o stanno intruppate per ore in autostrada pur di trascorrere mezza giornata a rimirare un bel panorama. Se questo è il prezzo da pagare preferisco non avere legami affettivi. 

L’innamoramento è davvero una corrente rivoluzionaria di straordinaria potenza, un soffio di primavera che ristabilisce la connessione tra le sinapsi. I miei neuroni adesso comunicano a meraviglia con i sensi. Riscopro profumi dimenticati, colgo particolari che prima mi sfuggivano, i colori sono più vivi, rileggo ricordi che avevo archiviati. In una parola, sono viva. 

La diamo sempre per scontata, la vita, ma non è così. È un incantesimo fragile che il caso può rubare, velocissimo, in un momento e per sempre. Forse per la prima volta la sento scorrere, sotto pelle, e voglio centellinarla, contando ogni granello della clessidra. 

Il vero delitto sono i giorni spesi per nulla. Sprecati a lasciarsi vivere, a camminare annoiati per le vie del centro, a lavorare e basta, a permettere che tutto scorra, osservando i fatti da semplici spettatori. 

Siamo così provvisori, viviamo la vita come fosse per sempre mentre la svolta è dietro l’angolo. Devo ricordarmelo. 

La felicità è una nuvola densa che anestetizza lasciandoti vigile, di più, ipersensibile ad ogni sensazione. 

Mi hanno sempre detto che sono carina, la mia idea di bellezza invece ha qualcosa a che vedere con la grazia. 

Sta di fatto che quando sto con lui riesco a fare pace anche con me stessa. Non vedo più i miei limiti. Tra le sue braccia mi sento donna, sono bella e piena di grazia. Anche i lobi delle orecchie diventano armoniosi. 

Questa ragazza mi piace. Mi fa tenerezza quando cerca di fare tutto al meglio. Non sempre le riesce e questa è la sua parte migliore. La più vera. 

Gli uomini che hanno molte donne sono sostanzialmente di due tipi: quelli che sfogliano i visi alla ricerca di un ideale, sempre lo stesso, e in tutte le donne ne amano una, e quelli che invece collezionano cuori per sentirsi più ricchi, o meno soli. 

“Non io.” Ha alzato le spalle. “So che all’inizio di un rapporto in genere ci si fa il lifting per presentarsi con il profilo migliore. Si sprecano le coccole e i complimenti, si resta abbracciati anche se ci sono quaranta gradi. Ci si fa il bagno nel profumo, si indossano solo mutande fresche di bucato. Ci vuole qualche tempo, per scoreggiare in libertà, mostrarsi con la barba lunga e sbragati in poltrona. Io invece do il meglio di me subito. Eccomi qua nudo e crudo, prendere o lasciare. Voglio essere libero e mi piace che lo sia anche tu.”

Discorso onesto, ma inquietante. Vorrei avere la sua stessa libertà mentale. Credo sia una questione di sicurezza. Questo tra noi fa la differenza. Lui non ha paura di presentarsi con il suo vero volto: io voglio piacergli. 

A volte ci fingiamo solo innamorati. 

Un giorno, qualche anno fa, stavo parlando con un ragazzo. “Sei innamorata?” mi chiese a bruciapelo. “Cosa intendi per innamorata?” presi tempo io. “Okay, non lo sei, sennò avresti risposto in modo chiaro e deciso.” 

È così, quando ami il dubbio non si pone. L’amore è una tempesta che spazza via ogni altra cosa. Non puoi non vederlo, non è acquerugiola incerta che bagna appena, è un secchio d’acqua in pieno viso, è il senso del tuo andare, il tuo orizzonte, mentre tutto il resto diventa accessorio. 

Gli amori più difficili da sradicare sono quelli passionali. Passione deriva dalla parola greca che significa sofferenza, mancanza. Si desidera solo ciò che non si può avere. Come diavolo lo combatto, un amore così? Intanto facendo finta che non esista, un po’ come gli Ufo, l’unicorno, gli gnomi o il mostro di Loch Ness: tutti ne parlano e nessuno li ha mai visti. 

Io le immagino come un nastro rosso, eterno ma bellissimo. Amo le mie manette e la loro gabbia che somiglia all’inconsistenza dell’aria. 

L’amore è una debolezza così forte! 

Sono prigioniera? Sì, la libertà è azzurra e fredda, gela il sangue nelle vene, io sono vento color rosso garza, come i nastri che mia madre da piccola mi metteva tra i capelli e che adesso io mi disegno intorno ai polsi. 

Alla fine comunque le cose vanno come devono andare e l’unico modo per vivere la vita è viverla: accettarla e sorriderle. 

Walter riesce a riempire gli spazi vuoti della mia vita, è il solo che può capire cosa si cela dietro queste parole, perché le ha pensate, programmate e realizzate prima di me. Tabata è un rifugio. Chi non ha provato la simbiosi con una barca non può capre. È ventre materno che culla, nel dondolio liquido di ancestrale memoria. 

Me lo chiedo sempre e forse la domanda è puerile: chissà se la gente sa davvero cosa può esserci tra un uomo e una donna. Questo mischiare i respiri e la carne fino a non vedere più i confini. Fondersi e diventare uno.  Mi sembra un mistero che soltanto io conosco. Sì, perché se anche gli altri lo sapessero, avrebbero una faccia diversa. Non si farebbero gli sgambetti, se ne fregherebbero della crisi, della politica, del fluttuare ciclico della Borse, delle stagioni che non sono più quelle di una volta. 

Ci sono traumi affettivi che portano a chiudersi a riccio. È una forma di difesa che serve a prendere le distanze dalla tempesta emotiva che si è scatenata intorno a noi. Le reazioni diventano più blande, si vive in una sorta di anestesia affettiva. 

“Piuttosto cambia i termini e domandati, così come ho fatto io: cosa conto per me? Per quanto mi riguarda, mi sono risposto. Io sono l’universo intero, tutto dipende da me. Se sto bene, il mondo diventa un posto magnifico; viceversa, se anche un semplice mal di testa mi squassa, il resto diventa relativo, intorno ci può essere l’eden ma riesco solo a dibattermi nei miei confini, sbattendo le ali come una falena imprigionata in un bicchiere. Come ti ho già detto, ho un sogno e lo voglio realizzare. Ora o mai più.

Credo abbia deciso questa svolta tanti anni fa, forse quando era ancora un ragazzino. E nessuno riuscirà a fermarlo. Si sente come uno che se non sceglie adesso poi andrà avanti trascinandosi dietro quello che poteva essere e non è stato. È un patto che ha siglato con la sua anima e che non si sente di tradire. Di sicuro, per dirla con Foscolo, non si pentirà e non si volgerà sconsolato a guardare indietro. Se rimanesse, sarebbe un superstite e non credo che sopravvivrebbe ai suoi sogni. Sta chiudendo un conto con sé, costi quel che costi. Qualcosa come decidere se essere spettatore o protagonista.

Da adolescente avevo compreso una grande verità: la vita è adesso. Il futuro è un’incognita e solo dimenticandocene possiamo concederci la chance di essere felici. 

Nel palazzo in cui vivo c’è una famiglia che ha una ragazza con la sindrome di Down. In mezzo a tanti visi inespressivi lei mi sorride sempre, felice. I suoi occhi ridono. Non s’interroga sulla vita: vive. 

(…) devo soltanto varcare una stretta passerella. Pochi passi, non più di tre, per vedere nascere il mio mondo alternativo, per ritrovarmi nella tana, il mio rifugio, l’unico luogo dove riesco a esprimere tutta me stessa, senza freni di sorta. 

Io non riuscirò a cambiare le sorti del mondo, ma la mia vita sì. 

Ho pensato a tutto il ventaglio di possibilità che potrei cogliere e che non saranno più possibili se lascerò che il mio uomo parta da solo. Mai più. Ogni scelta comporta una perdita. Ho messo tutto su due piatti di una bilancia ideale. Da una parte le emozioni paralizzate, dall’altra le mie vibrazioni. 

“L’inferno è la sofferenza di non poter più amare”, ha scritto Dostoevskij. E io adoro Dostoevskij. 

Nessuno si perde quando si abbandona all’amore. 

(…) voglio essere libera. Libera di emozionarmi, di cadere e sbucciarmi le ginocchia, di scoprirmi esposta, vulnerabile. Libera di rischiare di essere felice. 

Sono sempre stata ancorata a terra, conosco così poco del mondo. Non si può rimanere chiusi nel proprio microcosmo. Viaggiare apre la mente, racconta emozioni così difficili da spiegare. 

(…) le serate umide in cui tutti restano chiusi in casa, a guardare la tv, mentre la vita è solo un riflesso appannato. 

Cala la notte, la prima sull’oceano. 

Fa un po’ paura: la paura dell’ignoto. Ma è magica, una tiepida notte africana con stelle luminosissime e, per fortuna, mare calmo. 

Ho sempre fatto un gioco, fin da piccola. Alzo il pugno e catturo l’ultimo raggio, lo porto dentro di me. 

Provo convulsamente a stringere il pugno, ma l’acqua non si trattiene, scivola via. Time is out. La giostra fatta di errori, di giorni pieni, di recite e improvvisazioni, smette di girare all’improvviso e tu sei giù, sbattuto fuori dal gioco. Va bene, posso perdere tutto, ci sto, ma non l’unica cosa che dà un senso al resto: Bianca. Bianca è fare l’amore e scoprire che il sesso è povera cosa. È un libro che mi ha cambiato, pagina dopo pagina. 

Lettera alla madre sulla felicità

Alberto Bevilacqua

Che interesse potevo avere per pubblicazioni che inseguono miseri scandali dell’intimità delle persone? Ho sempre avuto cura di non finirci in questa stampa disprezzata quanto segretamente ambita anche da molti personaggi in apparenza rispettabili, che si compiacciono di esibire le loro prede femminili. Di solito, ragazzotte del puteus, squallide aspiranti al flash attraverso la pratica del successo vaginale. Se fosse vissuto oggi, Jung avrebbe dovuto tenerne conto ponendosi la domanda: da dove proviene la pessima reputazione di chi tende a prevalere in un mondo dell’immaginario che compensa l’assoluta mancanza della coscienza? Pene e vagina confezione famiglia, avvolti in carta rosa. Molto meglio, allora, le schiette pubblicazioni pornografiche.  

La felicità si è tracciata in me, cara madre, come una cometa che si stacca nel cielo, e la cometa contiene le molecole prebiotiche che sono all’origine della vita, ed essa si perde in questo segreto, nel principio della creazione. 

Non esiste – quante volte me l’hai ripetuto – espressione più alta della felicità: non perdere la capacità dell’amore, mantenersi umani, tuttavia senza più avvertire il peso delle umane vicende, sapendo di essere accolti nel cuore di chi comunque crea le cose belle che si vivono prima che passino, di potersi rintanare là, come uno di quei passeri che, nelle enormi gelate padane, vengono perseguitati dal freddo, ma riescono a intrufolarsi in uno spiraglio di finestra, a ritrovarsi stupefatti davanti a un camino allegro di braci.  

Frasi, parole a brandelli di grandi poeti mi attraversavano la mente. La provocazione di Dostoevskij ne L’idiota: “Domande, domande agli uomini come ognuno di loro intende la felicità. State certi che Colombo fu felice non già quando scoprì l’America, ma quando stava per scoprirla. Qui si tratta della vita, della sola vita, e dell’eterno scoprire se stessi, non della semplice scoperta di un nuovo pezzo di terra”.  

(…) un destino a cui è esposto a cuore aperto l’uomo contemporaneo, assediato dall’instabilità, che non può più contare su nessuna tutela, che può essere azzannato da un momento all’altro. Ci preoccupiamo troppo di organizzarci in moltitudine , e così facendo ci dimentichiamo di noi come individui singoli, per poi scoprire che nei momenti cruciali che valgono una vita, quando ci riduciamo a individui , sempre più a individui, nella nostra estrema solitudine non siamo organizzati affatto.

Ti sei calmata e mi hai spiegato perché il ragno è un simbolo della natura negativa. La tela che va tessendo con tanta ostinazione, strappata e sfilacciata diventa inservibile dopo l’ottuso lavorio di ogni giorno, perciò il ragno è costretto a costruirne una nuova di notte, dopo aver mangiato la vecchia tela per recuperarne la materia prima. Vive di una tecnica di cattura, e anche questa tecnica è sinistra, non conoscendo lo slancio dettato dall’istinto negli animali predatori: il ragno aspetta e aspetta, tramando col suo filo e sforzandosi con la sua vista debolissima, e finalmente investe la vittima designata con un getto prodotto dalle sue seicento ghiandole. Quando, colta di sorpresa, la vittima tenta con affanno di recuperare la lucidità necessaria per difendersi, in quell’attimo di sbandamento, il ragno la paralizza con una puntura velenosa, la divora.  

Gli sciacalli si nutrono dell’incoscienza altrui.  

Le 42 leggi universali del digital carisma

Rudy Bandiera

La fusione tra vita digitale e reale è il futuro della comunicazione.

L’imperfetta meraviglia

Andrea De Carlo

Ogni sapore cambia, di volta in volta: non rimaneteci male se non troverete la replica esatta di quello che vi era piaciuto, ma cercate di apprezzare le differenze. Una delle cose che ha capito fin dall’inizio è che non le dà nessuna soddisfazione ripetere all’infinito la stessa identica ricetta, anche quando le riesce particolarmente bene: la vera gioia è nella sperimentazione, nel rischio implicito, nelle sorprese possibili. Naturalmente le capita di sbagliare, di seguire un’intuizione che le sembrava felice e invece la porta a risultati deludenti; ma è una cosa da mettere in conto, fa parte del gioco.

Però il fatto è che proprio non le interessa fare buoni gelati per turisti; quello che le interessa è esplorare le sfumature misteriose dei sapori, scoprire i collegamenti tra sensazioni e immagini e ricordi, attraversare la complessità per arrivare al massimo della semplicità. 

Eppure perfino la più stupida delle canzoni pop cantata dalla più sguainata somara  esibizionista  su tacchi impossibili deve contenere almeno una piccola parte arrivata invece che costruita, per far risuonare le corde interiori di milioni di persone almeno un elemento di origine misteriosa, una breve sequenza non del tutto spiegabile. Alla fine è la stessa cosa di quando uno si innamora: non puoi deciderlo razionalmente, mettendo insieme i parametri in base a cui una persona ti potrà piacere. Succede, o non succede. E una volta che succede,  c’è un modo di farlo durare? E quando finisce cosa fai, ti metti a ripetere i gesti di quando ti eri innamorato? Torni negli stessi luoghi? Ridici le stesse cose che dicevi agli inizi? Ti vesti nello stesso modo? Sperando che la magia si ripeta? Anche se sai benissimo che non succederà? 

sono domande inutili:l’ispirazione arriva o non arriva, l’evoluzione personale segue percorsi non prevedibili, e l’integrità artistica è quasi sempre un atteggiamento, quando non un alibi per falliti.. il meglio che puoi fare è coltivare un’etica da artigiano, essere onesto con te stesso e creare forme in cui possa filtrare della luce, con miracolosa infrequenza; l’alternativa è lasciar perdere tutto, sparire. Se non ci riesci, o non vuoi, per lo meno non stare a lamentarti. Risparmiati le lagne e le autocommiserazioni, grazie tante. 

Il fatto è che puoi insegnare più o meno a chiunque la parte pratica di qualsiasi procedura, ma non puoi insegnare la parte inventiva: quella di pende dal carattere di ognuno, dalla sua combinazione specifica di qualità e difetti, dal suo modo di reagire alle circostanze. Magari un giorno ti svegli con un’avversione per un sapore e le atmosfere e le storie che si porta dietro, oppure scopri che ti manca un ingrediente e npn hai tempo di andare a cercarlo, e allora ne usi un altro, azzardi un accostamento diverso, cambi l’equilibrio dell’insieme. È così che lei è arrivata ad alcuni dei suoi gelati migliori, è per questo che ha bisogno di lasciarsi sempre un margine di improvvisazione quando lavora: per farsi ispirare dalla vista, dall’olfatto, dal clima, dalla temperatura, dall’umore del momento, dai pensieri che le passano per la testa, perfino dalla musica che esce dalla radio. 

quasi tutte le altre cosiddette star che lui conosce spendono enormi quantità di denaro per far cose che addirittura detestano, tipo comprarsi case su isole tropicali dove soffrono il clima o in città dove vivono da reclusi, collezionare opere d’arte di cui non capiscono niente, riempirsi le case di mobili e argenterie e porcellane che loro stessi trovano orrendi, incettare annate prestigiose di vini francesi che faticano a mandare giù, dedicarsi a sport estremi in cui riescono solo ad avvilirsi, attraversare il mondo per andare alla festa di qualcuno con cui non hanno nessun vero rapporto di amicizia. Lo fanno per insicurezza sociale e per avidità accumulatoria, certo, ma soprattutto per presentare un’evidenza tangibile del loro successo a genitori, vicini di casa, colleghi, rivali, e ai milioni di perfetti sconosciuti che li osservano a distanza. Ancora una volta, è questione di non deludere le aspettative altrui; più grandi le aspettative, maggiore l’impegno a non deluderle. Quanto alla morbosità dei mass media, ai continui tentativi di intrusione e ai giudizi sparati in base alle apparenze: come ha detto una volta Rodney in un’intervista, l’unica cosa peggiore di avere addosso gli occhi di tutti è essere lasciato in pace perché tutti se ne fregano di te. 

è molto vicino al fiordilatte che aveva in testa mentre lo preparava, eppure la sorprende con piccole differenze inattese. Le succede con i gelate più riusciti, quelli che le fanno venire le lacrime agli occhi per la gioia: di poter letteralmente assaggiare la distanza tra quello che cercava e quello che ha trovato. È semplice, e complicato, come è semplice e complicato ogni sapore, come sono semplici e complicati i collegamenti che ogni sapore ti fa stabilire, i motivi per cui ti rallegra o ti immalinconisce, ti appaga o ti fa diventare irrequieta. Questo fiordilatte contiene l’essenza di cose vissute, o anche solo sfiorate, o immaginate; un insieme di elementi indefinibili e inafferrabili che per lei sono l’essenza dell’imperfetta meraviglia.

“Non avere nessun difetto non è mica un merito!”(…) “Non avere nessun difetto è il peggiore dei difetti! Vuol dire non avere nessun carattere, nessun elemento in grado di toccare il cuore di nessuno!”

Qui è come se ogni carezza fosse percepibile da chi accarezza e da chi è accarezzato nello stesso modo; come se non ci fosse nessuna separazione, come se le loro due parti fossero ricongiunte in un insieme dentro l quale conservano  polarità opposte. C’è un grado stupefacente di innocenza in ogni loro gesto: di non-malizia, di non-intenzione. E malgrado quello che ormai sanno e quello che ancora non sanno uno dell’altra, sono del tutto privi di prudenza: continuano ad attivare cascate di sensazioni, continuano a lasciarsi trascinare oltre. Si respirano nella bocca, nelle orecchie, (…), i loro lineamenti perdono i contorni e li riacquistano, li riperdono. (…) per quante combinazioni di corpi e desideri abbia potuto provare in passato, non si ricorda di avere mai provato prima questo senso di completamento, questa naturalezza, questa armonia, questo scambio di proporzioni, forme, immagini. E non si ricorda di avere mai avuto a che fare con un essere femminile di cui sa cos tanto, domanda per domanda, risposta per risposta, in ogni sfumatura, in ogni curva, in ogni piega. Nessun elemento di questa vicinanza stupefacente frappone ostacoli o alza angoli, non c’è nessuna discordanza, nessuna dissonanza: sembra un gioco di bambini estasiati e fuori controllo, o di adulti estremamente consapevoli della rarità miracolosa di quello che sta succedendo, assurdamente incuranti della gravità delle conseguenze. 

“Ecco la meraviglia imperfetta” (…) “Al grado più alto di perfezione che l’imperfezione potrebbe mai raggiungere”. 

“le anime gemelle? Le due metà della mela? (…) Che poi ognuna delle due metà è un’anima completa, ma con polarità diversa.” 

Se stasera siamo qui

Catherine Dunne

Se guardo al passato, vedo un perenne triangolo di influenze reciproche e mi chiedo se l’età ha spostato gli equilibri. Ma di che cosa è fatta una vita? Come si stabilisce chi dà che cosa? L’altra sera, quando mi sono guardata intorno a quella che era fino ad allora la mia casa, ogni cosa aveva acquisito un’inquietante estraneità, come se quegli oggetti rassicuranti e familiari avessero subito una sorta di mutazione.

Il tempo della rabbia era passato. La rabbia portava lacrime e litigi, promesse, sesso e riconciliazioni. La rabbia è per tanti versi sorella dell’amore. Mi aveva risucchiato indietro tante volte, depurando la mia collera, la vergogna e la delusione, per spingermi infine tra le braccia di quell’uomo che, mio malgrado, amavo ancora.

La nostra immaginazione può renderci molto più sopportabili le cose brutte. 

La verità sul caso Harry Quebert

Joel Dicker

Harry era un uomo, e tutti gli uomini hanno dei demoni. L’importante era capire fino a che punto quei demoni fossero tellerabili.

mi resi conto che per essere formidabile era sufficiente confondere le ide al prossimo: in fondo era tutta una questione di aparenze.

“Harry, se dovessi salvare solo una delle tue lezioni, quale sceglieresti?” “Rigiro a te la domanda.”

Io salverei L’importanza di saper cadere.

Mi trovi pienamente d’accordo. La vita è una lunga caduta, Marcus. La cosa più importante è saper cadere.

Ma guardati, Marcus: non sai cadere! Tu hai paura della caduta. Ed è per questo che, se non ti sbrighi a cambiare, diventerai una persona vuota e banale. Come si può vivere se non si sa cadere?(…)

Ci riuscirai. Sarà dura, ma ci riuscirai. Il giorno in cui scrivere darà un senso alla tua vita, sarai un vero scrittore. Fino ad allora, una sola raccomandazione: non aver paura di cadere.

Marcus, gli scrittori sono esseri fragili perché possono subire due tipi di dispiaceri sentimentali, ossia il doppio rispetto alle persone normali: le pene d’amore e quelle artistiche. Scrivere un libro è come amare qualcuno: può diventare molto doloroso.

Insomma, Harry, come si diventa uno scrittore?

Non dandosi mai per vinti. Sai, Marcus, la libertà, l’aspirazione alla libertà, è una guerra in sé. Noi viviamo in una società di impiegatucci rassegnati e, per uscire da questa trappola, dobbiamo lottare al tempo stesso contro noi stessi e contro il mondo intero. La libertà è una continua lotta di cui abbiamo una percezione molto limitata. Io non mi darò mai per vinto.

“Harry, come si può essere sicuri di avere sempre la forza di scrivere?” “Alcuni ce l’hanno, altri no. Tu l’avrai, Marcus. So che sarà così.”

“Come fai a esserne così sicuro?” “Perché è già dentro di te. Un po’ come una malattia. Infatti la malattia degli scrittori non è non poter più scrivere: è non voler più scrivere, ma non riuscire a farne a meno.”

“Marcus, sai qual è l’unico modo per misurare quanto ami una persona?” “No.” “Perderla.”

Gli uomini che ammirò di più nella nostra società, Marcus, sono quelli che costruiscono ponti, grattacieli e imperi. Ma, in realtà, i più coraggiosi e ammirevoli sono quelli che riescono a costruire l’amore. Perché non esiste impresa più grande e più difficile.

Vedi, Marcus, la nostra società è stata concepita in modo da costringerci a scegliere continuamente tra ragione e passione. La ragione non è mai servita a nessuno; la passione è spesso distruttiva. Quindi non mi è facile aiutarti.

“Perché mi dici questo, Harry?” “Così… la vita è un inganno.”

Impara ad amare i tuoi fallimenti, Marcus, perché saranno loro a formarti. Saranno i tuoi fallimenti a dare sapore alle tue vittorie.

Chi le ha messo in testa queste scemenze? Lei è schiavo della sua carriera, delle sue idee, del suo successo, Goldman. Lei è schiavo della sua condizione. Scrivere significa essere dipendenti. Di chi la legge o non la legge. La libertà è una solenne cazzata! Nessuno è libero. Io ho in pugno una parte della sua libertà, così come gli azionisti della casa editrice hanno in pugno una parte della mia. La vita è fatta così, Goldman. Nessuno è libero. Se le persone fossero libere, sarebbero felici (…).

È esattamente il lavoro di ogni scrittore. Scrivere significa riuscire a sentire le cose con più forza degli altri e trasmetterle di conseguenza. Scrivere significa permettere ai propri lettori di vedere ciò che a volte non possono vedere. Se fossero solo gli orfani a raccontare storie di orfani, sarebbe un problema. Significherebbe che non potresti parlare di madri, di padri, di cani o di piloti d’aereo, né della rivoluzione russa, perché non sei né una madre né un padre, né un cane, né un pilota d’aereo, e non hai vissuto la rivoluzione russa. Tu non sei altro che Marcus Goldman. E se ogni scrittore dovesse imitarsi a se stesso, la letteratura sarebbe di una tristezza spaventosa e perderebbe il proprio senso, noi scrittori abbiamo il diritto di parlare di tutto, Marcus, di tutto ciò che ci tocca. E non c’è nessuno che possa criticarci per questo. Noi siamo scrittori perché facciamo in maniera diversa una cosa che tutti sanno fare: scrivere. In questo sta tutta la sottigliezza.

Le parole sono importanti, Marcus. Ma non scrivere per farti leggere: scrivi per farti capire.

Chi osa vince, Marcus. Pensa a questo motto ogni volta che affronti una scelta difficile. Chi osa vince.

“Questo libro è il paradiso degli scrittori.” “Il paradiso degli scrittori? Cosa vuoi dire? “E’ quando il potere della scrittura ti si ritorce contro, non riesci più a capire se i personaggi esistono solo nella tua fantasia o sono realmente vivi.”

“Harry, come si fa a sapere quando un libro è finito?” “I libri sono come la vita, Marcus. Non finiscono mai del tutto.”

Vivere, Amare, Capirsi

Leo Buscaglia

Siamo così alienati che nessuno ti guarda, nessuno ti tocca, nessuno ti riconosce nell’ambiente. Sei l’uomo invisibile.

Secondo Nikos kazantzakis gli insegnanti ideali sono quelli che si offrono come ponti verso la conoscenza e invitano i loro studenti a servirsi di loro per compiere la traversata; poi, a traversata compiuta, si ritirano soddisfatti, incoraggiandoli a fabbricarsi da soli ponti nuovi.

Noi siamo molto più di ciò che siamo.

L’amore, virgola, come modificatore del comportamento.

Tanto per cominciare, la società in cui viviamo, e certamente è una società molto varia. In particolare ce l’insegnano i nostri genitori. Sono i nostri primi insegnanti, ma non sempre sono i migliori. Noi possiamo aspettarci che i nostri genitori siano perfetti. I figli crescono aspettandosi sempre che i genitori siano perfetti, e poi restano delusi, amareggiati e se la prendono quando scoprono che quei poveri esseri umani non lo sono. Forse diventare adulti significa appunto trovarsi  di fronte queste due persone, quest’uomo e questa donna, e vederli come esseri umani identici a noi, con i loro pregiudizi, le idee sbagliate, le tenerezze e le gioie e le sofferenze e le lacrime, e riuscire a rendersi conto che sono soltanto esser umani. Ma l’importante è che, se abbiamo imparato l’amore da loro e da questa società, possiamo disimpararlo per poi impararlo di nuovo; quindi c’è una speranza immensa. C’è un’immensa speranza per tutti noi, però lungo la strada dovete imparare ad amare. Io credo che molte di queste cose siano già dentro di noi e che nulla di quanto sto per dire sia straordinariamente nuovo. Ciò che scoprirete è che qualcuno avrà abbastanza coraggio da alzarsi e dirlo, e forse, come conseguenza, farà scattare una molla dentro di voi in modo che possiate dire: “Ecco, è quello che provo anch’io, ed è tanto sbagliato provare questi sentimenti?”.

Provate, qualche volta, ad aprire la porta, guardate fuori, vedrete che cosa c’è. Il sogno di oggi sarà la realtà di domani. Ma abbiamo dimenticato come si fa a sognare.

Forse perché l’essenza dell’educazione non consiste nell’imbottirvi di fatti, bensì nell’aiutarvi a scoprire la vostra unicità, nell’insegnarvi a svilupparla e poi mostrarvi come dovete donarla.

Noi pensiamo molto meno di quanto sappiamo. Sappiamo molto meno di quanto amiamo. Amiamo molto meno di quanto si possa amare. E così siamo  molto meno di ciò che siamo. La politica dell’esperienza-R.D.Laing

“Forse l’amore è il processo con il quale ti riconduco dolcemente a te stesso”. Non a ciò che io voglio che tu sia, ma a ciò che sei.

Creiamo il tempo, e poi ne diventiamo schiavi. Creiamo anche le parole, e le parole dovrebbero liberarci, dovrebbero permetterci di comunicare. (…) se siete individui ricchi d’amore, dominerete le parole e non permetterete che siano le parole a dominare voi. Direte a voi stessi ciò che significa questa parola solo dopo aver scoperto il significato per mezzo dell’esperienza; e non già credendo a ciò che gli altri vi hanno detto.

L’individuo ricco d’amore si libera dalle etichette. Dice: “Basta”.

Io penso inoltre che un individuo ricco d’amore sia spontaneo. La cosa che più vorrei a questo mondo è vedervi ritornare alla spontaneità iniziale, la spontaneità di un bambino che diceva ciò che provava e pensava e si adattava facilmente a ciò che pensavano e sentivano gli altri. Ritornare a guardarsi l’un l’altro, veramente. Siamo dominati a tal punto da quello che gli altri ci dicono che dobbiamo essere, da aver dimenticato chi siamo. (…) Dobbiamo chiedere permesso per tutto, perché non possiamo più fidarci dei nostri sentimenti.

Che cosa sta succedendo a noi, che cosa sta succedendo alla nostra spontaneità?

Le esigenze più importanti sono quelle che riguardano la nostra responsabilità… il bisogno di farci vedere, di farci conoscere, di ottenere riconoscimenti, di realizzare qualcosa, il bisogno di goderci il nostro mondo,il bisogno di gioire delle gioie della vita, il bisogno di assaporare quanto sia meraviglioso vivere la nostra vita. Ma abbiamo dimenticato come guardarci l’un l’altro: non ci guardiamo, non ci ascoltiamo, non ci tocchiamo; il cielo ci scampi.

Un investimento nella vita è un investimento nel cambiamento, e non penso alla morte perchè sono troppo occupato a vivere! La morte si arrangi.

La nostra società decide per noi, fissando quando dobbiamo fare una cosa e quando non dobbiamo farla.

Penso che la gente abbia bisogno di un certo tipo di nutrimento. Lo penso sinceramente. Abbiamo bisogno di essere amati.

Tutto sarà perfetto

Leo Buscaglia

“Ha ragione, sa, dovremmo tutti pensare un pò di più a noi. Vede mia figlia? Sta con quel coso in mano da un’ora e neanche si accorge del tempo che sta perdendo, neanche vede lo spettacolo della città dal mare. Siamo diventati schiavi inconsapevoli, in nome di chissà cosa.”

Ricorda: la vita è un chiaroscuro perenne, ma ogni tanto attorno a noi arriva la luce giusta a illuminare le cose e a renderle perfette. Bisogna accorgersene. È tutta qui la differenza fra chi campa davvero e chi spreca il suo tempo”.

L’arte della vita

Zygmunt Bauman

La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccio o no. Per viverla come esige l’arte della vita, dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare ( almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di à di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida.

La primavera torna sempre

Lorenzo Marrone

“Ti prendi cura di te, di chi ha bisogno, seppur da lontano, di me, di tua madre, non mi sembra tu stia con le mani in mano. I furbi se ne stanno con le mani in mano, quelli che si pensano migliori degli altri e prendono sempre le scorciatoie, quelli che nemmeno ci provano a migliorarsi, che se ne fregano del prossimo e però passano nel mondo senza lasciare traccia, almeno questo. I codardi. E tu non lo sei.”

“Che l’unica strada da prendere nella vita, altro che scorciatoie, l’unica davvero utile, è la gentilezza. Tu hai i tuoi modi, il tuo caratterino, ma sei gentile col prossimo, col tuo spicchio di universo. E questo fa la differenza.”

“Sono convinto che tutto questo che sta accadendo sia un modo per mostrarci la strada da prendere domani: la gentilezza”.

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