Chi Siamo

La natura umana è l’insieme delle caratteristiche distintive, compresi i modi di pensare, di sentire e di agire, che gli esseri umani tendono naturalmente ad avere, indipendentemente dall’influenza della cultura.

L’essere umano viene definito come essere superiore per la presenza in lui di un elemento incorporeo, quale mente, anima, spirito, che lo rende capace di elaborare concetti, di operare scelte e di rispondere responsabilmente. Un essere è “umano” quando si comporta umanamente, quando prova sentimenti, emozioni, quando lotta per la giustizia, la libertà, ecc, indipendentemente dal fatto che tali azioni, pensieri, e via dicendo, siano buoni o cattivi. L’essere umano è colui che agisce liberamente e responsabilmente, come vuole e per chi vuole.

Se questo è il concetto di essere umano, allora quale la sua essenza? Essa può essere buona o cattiva. Definirla in maniera univoca è impossibile. Individuare l’essenza umana in un’azione, in un atteggiamento è oggi impresa incredibilmente complessa. In molti Stati la pena di morte o l’ergastolo vengono considerati più “umani” del delitto che il condannato ha compiuto.

Questa incapacità di definire l’essenza umana nasce da una mancata conoscenza di se stessi. Non sapendo più chi siamo, come possiamo dire cosa sia “umano” e cosa no?

Abbiamo fatto di tutto per emanciparci dalla “natura” e siamo diventati schiavi della nostra tecnologia. Ci sembra di essere onnipotenti, ma senza le nostre macchine ci sentiamo perduti, incapaci di agire, di muoverci, di prendere decisioni. Senza la tecnologia ci sentiamo “vuoti”. Il nostro “io”, in sé, non è più una risorsa, ma un anello, per giunta debole, della catena; non siamo neppure in grado di controllare ciò che abbiamo prodotto. Ci siamo volutamente spersonalizzati mettendo in luce una caratteristica essenziale del nostro dirci umani: la fragilità. Elemento su cui l’era moderna ha fatto presa per avanzare, rendendoci individui soli e alienati, atrofizzati, schiavi di noi stessi. Schiavi di ciò che abbiamo prodotto.

Schiavismo infatti vuol dire colpa, vergogna; sentirsi in colpa per non essere liberi, per non essere più responsabili moralmente, bensì moralmente irresponsabili.

Il problema subentra quando lo schiavo vuole emanciparsi da questo senso interno di colpa, agendo esteriormente contro chi lo schiavizza: il mondo moderno. Lo schiavo, dopo essersi ribellato, torna ad essere libero, deve imparare a far uscire da sé ogni senso di colpa, di rivalsa, di vendetta contro il proprio oppressore. Deve imparare a non trattare gli altri come schiavi, ma a ritrovare l’innocenza perduta, quella nudità che lo fa essere uomo tra gli uomini, perché solo relazionandosi all’altro che il singolo conosce se stesso e quindi diviene libero. Una relazione responsabile che gli permetterà di trovare il “forte” all’interno della “fragilità” a lui connaturata.

Purtroppo nessuna rivoluzione fino ad oggi è riuscita a produrre un individuo del genere. L’essenza umana non è ancora abbastanza forte.

SAVIANI ELEONORA GIULIA

22/11/2016

#babyartsocial #socialsavians

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