SIAMO SOLI. SIAMO FRAGILI. SIAMO MORALMENTE IRRESPONSABILI.

L’uomo come essere moralmente sociale è responsabile di fronte all’Altro, e come essere razionale è responsabile di fronte a se stesso. Tuttavia il moderno e, conseguentemente, postmoderno relativismo etico ha reso l’uomo, seppur libero, incerto e irresponsabile. Non si tratta però di una libertà felice e serena, ma gravata dall’angoscia di sentirsi inadeguati di fronte un mondo spoglio di certezze, e timorosi di non riuscire nell’impresa di creazione di un ‘nuovo mondo’, per eccellenza razionale, ma privo di ogni fissità.

Abbiamo fatto di tutto per emanciparci dalla natura e siamo diventati schiavi della nostra tecnologia. Ci sembra di essere onnipotenti, ma senza le nostre macchine ci sentiamo perduti, incapaci di agire, di muoverci, di prendere decisioni. Il nostro ‘io’, in sé, non è più una risorsa, ma un anello, per giunta debole, della catena; non siamo neppure in grado di controllare ciò che abbiamo prodotto. Ci siamo volutamente spersonalizzati mettendo in luce una caratteristica essenziale del nostro dirci umani: la fragilità. Elemento su cui l’era moderna ha fatto presa per avanzare, rendendoci individui soli e alienati, atrofizzati, schiavi di noi stessi. Schiavismo, infatti, vuol dire colpa, vergogna; sentirsi in colpa per non essere liberi, per non essere più ‘moralmente responsabili’, bensì ‘moralmente irresponsabili’.

Solitudine di massa

La solitudine di massa è un fenomeno che tocca la nostra società e vita quotidiana. A prima impressione unire solitudine e massa sembra un ossimoro: com’è possibile provare un senso di solitudine mentre siamo inseriti in un contesto sociale e circondati da altre persone? La solitudine di massa è l’odierno paradosso postmoderno. Paradosso di un ‘uomo incerto’ e quindi solo, reso tale da un processo di modernizzazione che lo ha espropriato della tradizione e dei valori che essa supporta. Una modernizzazione basata sulla ‘mercificazione della morale’, protesa a colmare l’assenza di certezze attraverso il mercato consumistico. Preoccupante è, infatti, la tendenza che vede il mercato proporsi quale canale sostitutivo per il soddisfacimento delle esigenze morali in modo stabile e duraturo, visto che è illimitata la natura delle esigenze morali che il mercato si propone di soddisfare. Conseguentemente l’uomo si sentirà incerto, perché vaste le scelte del mercato, e dunque solo, perché nulla può relazionarlo all’Altro quando viene a mancare la stabilità che è base di un contatto sociale permanente. Una società, la nostra, in cui qualunque cosa venga condivisa è accidentale e superficiale. In nostro è uno spazio estetico, scrive Bauman, in cui “molti ma separati, spalla a spalla nella strada affollata, ma ciascuno intento a tessere silenziosamente le proprie storie fuori dallo spazio condiviso, a utilizzare l’altro come ulteriore arredo scenico sul palcoscenico allestito per lo spettacolo. (…) l’essere-insieme è casuale e fortuito: un esser vicine di monadi, chiuse nelle bolle invisibili, ma inespugnabili, delle loro rispettive realtà virtuali.”1

Un mercato che pretenda di soddisfare le esigenze morali è ‘cosa’ inumana. Non si può pensare che il consumismo, di per sé razionale, sia capace di colmare l’essenza irrazionale della morale. Nell’universo della tecnologia, l’io morale, con il suo non curarsi del calcolo razionale, il suo disdegnare gli usi pratici si sente ed è un estraneo non gradito: “l’io morale è la vittima più evidente e più importante della tecnologia. L’io morale non può sopravvivere e non sopravvive alla frammentazione.”2

Oggi, le giovani generazioni devo lottare contro tanti fattori che, giorno per giorno, rendono sempre più difficili le loro condizioni. La difficoltà di trovare un posto di lavoro, e quindi un reddito che li renda autosufficienti, porta i giovani a compiere tanti sacrifici e a sentirsi frustrati, spesso in modo umiliante; la carenza di alloggi rende loro difficile programmare il futuro e li porta a protrarre la vita nella famiglia paterna, deludendoli nel loro bisogno di autonomia e libertà d’esperienza. Il crollo di tante certezze e di tanti miti li porta ad una crisi di valori ideali per cui tutto appare contingente; le istituzioni già talvolta così lontane dal paese reale, appaiono ai giovani ancora più distanti e incapaci di risolvere o solamente capire i loro problemi. La crisi dei valori ideali appare oggi determinante nel generale smarrimento e senso di solitudine nelle giovani generazioni. Il non aver alcun punto di riferimento valido le porta inevitabilmente ad una crisi d’identità.

Credo che i peggiori mutamenti moderni che concernono la nascita della solitudine di massa, conseguenza della spersonalizzazione individuale, nonché morte della ‘coscienza morale’, sono l’individualismo e la ragione strumentale, necessari nell’era del consumismo. Di individualismo si parla in due sensi completamente diversi. In un’accezione esso è un ideale morale. Molti lo considerano come la più bella conquista della civiltà moderna perché l’uomo è ora libero di scegliere da sé il proprio modo di vita. Nel secondo senso, l’individualismo, è un fenomeno amorale, qualcosa che assomiglia a ciò che intendiamo per egoismo (l’uomo egoista è solo, chiuso nella sua sfera di benessere individuale). L’avvento dell’individualismo in questa seconda accezione è di solito un fenomeno di dissoluzione, in cui la perdita di un orizzonte tradizionale si lascia appresso una condizione di pura e semplice anomia, e ognuno bada solo a se stesso. Ognuno è il solo tra tanti solitari.

Questo processo di mercificazione ci ha reso inumani, uomini che vivono tutto esteticamente e mai intellettualmente, coscienziosamente: “la città telematica è lo spazio estetico. (…) E questo esattamente ciò che sono, una volta assoggettati ai meccanismi di costruzione dello spazio estetico: oggetti di divertimento e di piacere. Soltanto in questa veste essi possono acquistare un’esistenza individuale, visibile e riconosciuta. (…) Le attrazioni della città telematica valgono come criteri nel mondo in cui lo spazio è organizzato in base a canoni estetici. In questo mondo la prossimità dipende dalla quantità di allegria e divertimento che l’altro riesce ad assicurare. La portata della prossimità definisce l’area della gaiezza, dello spassarsela, dello stare allegri.”3 scrive Bauman. Siamo individui trascinati dal mercato consumistico e dai piaceri immediati che esso offre. Siamo ‘schiavi-ciechi’ di questo mondo frivolo che ci ha reso irresponsabili in nome della fittizia libertà estetica, dunque, soli nella massa estetica.

1 Z.Bauman, le sfide dell’etica, Feltrinelli, Milano, 1996, p.189

2 Ibidemp.201

3 Ibidem, p.184

SAVIANI ELEONORA GIULIA

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